(…) nel processo di partecipazione tutto è sottile, contraddittorio, mutevole, e bisogna accettare questa condizione altrimenti il processo si falsifica. Ci vuole molto più talento nella progettazione partecipata di quanto ce ne voglia nella progettazione autoritaria, perché bisogna essere ricettivi, prensili, agili, rapidi nell’immaginare, fulminei nel trasformare un sintomo in un fatto e farlo diventare punto di partenza. Molti, sprovveduti o furbastri, pensano che partecipazione vuol dire trascrivere quello che i tuoi interlocutori chiedono. (…) La partecipazione indiretta (…) deve percorrere due strade: leggere i segni del territorio ed essere capace - attraverso questa lettura - di scoprire e interpretare la sua storia; considerando storia non solo il passato ma anche il presente e le aspettative future. Se è vero che ogni evento lascia segni nello spazio fisico, che tutto sta scritto nel territorio, si può arrivare a decifrare questa scrittura e capire il senso del luogo nel quale si deve progettare.” (Giancarlo De Carlo in: “Franco Bunçuga, Conversazioni con Giancarlo De Carlo, Elèuthera, Milano 2000)

Da più di trenta anni, dall’ILAUD (il Laboratorio Internazionale di Urbino diretto da Giancarlo De Carlo), attraverso le esperienze dei Laboratori di Otranto e Burano (di Renzo Piano), Cervia, Bergamo Alta, Fusignano, Cremona, Milano/Ponte Lambro, Savignano e Campobasso/Molise Centrale, Lamberto Rossi sperimenta un’architettura/urbanistica partecipata basata sui concetti decarliani di “lettura urbana e progettazione tentativa” ovvero su un processo di conoscenza e di progettazione capace di mettere “in tentazione” il luogo attraverso una serie di aggiustamenti successivi.

Argan diceva: “La città non è un monumento, è un organismo che si muove, cambia, evolve e non deve essere fatta per ma dai cittadini”, spiegando poi che il “dai cittadini” non vuol dire far decidere direttamente la gente; bensì attivare un processo di riflessione collettiva per cui l’intera comunità acquista consapevolezza della propria storia fisica. La città, dunque, intesa come il più completo registratore delle vicende di una società: un grande palinsesto su cui viene continuamente scritta e riscritta la storia di una comunità. Imparare a leggere la città vuol dire anche imparare a ricostruire la vicenda storica, umana, sociale delle generazioni che ci hanno preceduto.
E’ questo il punto: essere parte attiva di questo dialogo tra lo spazio fisico e la società che lo ha espresso.

In questo contesto nasce il modello di Laboratorio Urbano come una rielaborazione dei Laboratori di Renzo Piano (Otranto e Burano) e Giancarlo De Carlo (Urbino e Lastra a Signa) realizzati tra la fine degli anni '70 e la metà degli anni '80.
I temi comuni: la partecipazione attiva degli abitanti sia alla fase progettuale sia a quella realizzativa, una forte integrazione tra piano e progetto, una concezione del recupero come grande occasione di ridisegno urbano, un approccio scientifico e interdisciplinare alla conoscenza fisica della città, con un taglio semantico-progettuale nel caso di Giancarlo De Carlo e tecnologico in quello di Renzo Piano, e non casualmente individuati con due termini sinonimi ma differenti: Laboratory e Workshop.

Il termine “Laboratorio” che Rossi riprende evoca immediatamente un diverso modo di concepire il Piano: non una proposta teorica astratta bensì un processo permanente e sperimentale in cui teoria e pratica, idea e realtà, antico e nuovo, entrano continuamente in antitesi.
Un cantiere mentale per dare risposte concrete al bisogno - assolutamente moderno – di identità a fronte dei violenti processi di omologazione, e che, pur ponendosi come obiettivo la stesura di un Piano, non privilegia lo specifico urbanistico ma tende alla fondazione di un sistema complesso di comunicazione.
Suo oggetto è la città nella doppia valenza di civitas e di urbs, città di uomini e città di pietra.

E’ un approccio alla città che ha quattro caratteristiche preminenti.
La prima è la presenza in loco del gruppo di progettazione, un mix di tecnici esterni e interni alla Amministrazione per un travaso di conoscenza tra chi conosce e gestisce e chi interpreta e sintetizza. La seconda componente è la compenetrazione della dimensione edilizio-architettonica e urbanistica per cui il piano d’insieme sostanzia i piani di dettaglio che perdono quel carattere vagamente estetizzante - da ottocentesca Commissione d’Ornato - per divenire tasselli di una rilettura urbana più complessa e diversificata. Terzo elemento distintivo è l’integrazione tra fase conoscitiva e momento propositivo per cui l'analisi, estesa anche alle energie culturali che la città può investire nel processo di recupero, non precede ma affianca la progettazione. Progettazione anch’essa anomala in quanto basata su un uso spregiudicato del progetto: una provocazione per immagini architettoniche, quasi un brain storming visivo collettivo. Giancarlo De Carlo l'ha definita "tentativa" in quanto capace di aggiustamenti successivi, ma anche sottoposta a un continuo controllo che guida e determina le regole di questi aggiustamenti. Quarto elemento è che ormai esiste la tecnologia per gestire e leggere in chiave urbanistica una banca dati interattiva: per la prima volta il digitale consente il controllo della complessità, delle interazioni anche mettendo a confronto dati che provengono da territori attigui. Abbiamo sperimentato così la costruzione di ipertesti come grandi contenitori interattivi capaci di consentire sia l’accumulo/condivisione di informazioni sia la loro elaborazione complessa.